«La regola secondo me è: quando sei a un bivio e trovi una strada che va in su e una che va in giù, piglia quella che va in su. È più facile andare in discesa, ma alla fine ti trovi in un buco. A salire c’è più speranza.» Tiziano Terzani

Così spezzeremo le false catene del sacrificio di Roberto EspositoLa Repubblica.it, 15 novembre 2017

Il rilievo determinante del sacrificio nella storia umana è stato riconosciuto dall’intera tradizione antropologica, religiosa, filosofica. Sigmund Freud e Norbert Elias, Elias Canetti e René Girard, Marcel Mauss e Georges Bataille, pur da angolature diverse, hanno collocato la logica sacrificale alla base della civilizzazione umana. Il sacrificio è la porta stretta, la soglia simbolica, che gli uomini hanno dovuto varcare per distaccarsi dal comportamento animale — di per sé estraneo alla dinamica sacrificale perché del tutto aderente alla dimensione naturale. Diversamente dall’animale, per il quale il desiderio non si distingue dal bisogno, l’uomo sperimenta il limite e la mancanza, conosce la potenza della lacerazione, sa tenere a freno le proprie pulsioni. Tagliata dal negativo, la sua vita resta così inscritta nel cerchio del sacrificio.

Ma quale sacrificio? E sacrificio di cosa? Che vuol dire sacrificare? A rispondere a queste domande decisive, con l’intensità di un’intelligenza libera da pregiudizi di scuola, è adesso Massimo Recalcati nel suo ultimo libro “Contro il sacrificio. Al di là del fantasma sacrificale“. Evitando ogni riduzionismo, egli penetra nella scatola nera dell’economia sacrificale, distinguendo due tipi di sacrificio — uno simbolico e l’altro fantasmatico. Mentre il primo, implicito nel linguaggio umano, è in grado di potenziare la nostra esperienza, perché la ritaglia secondo profili e scelte personali, il secondo comprime la vita fino a soffocarla. Ne prosciuga la linfa e appiattisce lo spessore, assoggettandola a qualcosa — un’alterità tirannica — che impone il proprio dominio incondizionato. Come il cammello di cui parla Nietzsche in “Così parlò Zarathustra“, l’uomo si sottomette all’idolo che egli stesso ha creato, secondo una dinamica perfettamente spiegata da Étienne de La Boétie ne suo trattato sulla servitù volontaria. E non distante da quella analizzata da Reich nei suoi studi sul desiderio di fascismo da parte delle masse ipnotizzate dal potere.

È una sindrome tutt’altro che superata, ai cui estremi vi è da un lato l’abietto sacrificio omicida e suicida del terrorismo jihadista; dall’altro l’economia finanziaria che funziona accumulando debito nei confronti di creditori sempre più anonimi. Naturalmente un abisso separa queste due modalità del paradigma sacrificale contemporaneo. Ma a unirle, nella distanza, è il medesimo presupposto teologico-politico che solo un sacrificio senza fine possa liberare l’uomo da una colpa che lo marchierebbe fin dall’origine. Ecco perché, persino oggi, quando non si sacrificano più vite umane, e neanche animali, sugli altari, il sacrificio continua a permeare sordamente la nostra esistenza. Non solo quando la consegniamo, nuda, all’ineluttabilità di una Legge che non perdona. Ma anche quando cerchiamo nella trasgressione di questa, a favore del puro godimento, la via della liberazione. Anche il godimento senza limiti parla, per contrasto, il linguaggio della Legge — sostituendo il dovere di godere a quello di soffrire. Come ha sostenuto in un celebre seminario Lacan, la carne offerta alla violenza del godimento di Sade è perfettamente speculare al corpo mortificato dall’imperativo ascetico di Kant.

In ognuno dei casi la Legge è presupposta — o per ubbidirle ciecamente o per rovesciarla nel suo apparente contrario. Nella dinamica psicotica, d’altra parte, il masochista ha bisogno del sadico e viceversa. Anche chi rivolge verso se stesso il sacrificio della vita imposto agli altri — come il terrorista suicida — risponde a un’economia sacrificale che immagina di guadagnare un premio superiore a ciò che perde. In quel caso il sacrificio diventa non lo strumento per raggiungere il fine agognato, ma l’oggetto finale della pulsione.

A questo dispositivo capillare e implacabile, capace di ruotare su se stesso mostrando sempre nuovi volti, Recalcati oppone una diversa concezione del sacrificio. Essa non passa per la sua rimozione — il negativo è ineliminabile dalla vita umana perché costitutivo di essa — ma per la sua disattivazione. Alla sua fonte, oltre e dentro la pratica analitica, vi è una diversa interpretazione del cristianesimo, orientata dai testi di Kierkegaard e Bultmann, capace di ripensare anche l’enigma sublime della Croce. C’è, nel saggio di Recalcati, qualcosa che va anche aldilà della narrazione, già innovativa, di René Girard. Non solo Cristo, assumendolo su di sé, pone termine alla storia violenta del sacrificio vittimario. Ma si pone all’esterno della semantica sacrificale.

Accogliendo la versione di Luca, che esclude il termine “sacrificio” dall’offerta di sé di Gesù agli uomini — “questo è il mio corpo che è dato per voi”, si comprende il significato più pregnante della formulazione rivoluzionaria di Paolo, secondo cui Cristo ci ha liberato dalla maledizione della Legge. Non rinnegandola, ma assumendola nel suo significato affermativo, vitale, generativo. Anziché contrapposta al desiderio, la Legge — l’unica che non è imposta dall’esterno perché espressiva del nostro linguaggio — coincide in ultima analisi con esso. È legge del desiderio. Quella, diceva Lacan, su cui non dobbiamo cedere. Solo essa è degna di un’esistenza libera di esistere. Come scriveva Jean-Luc Nancy in un passo scelto a esergo del libro, “la verità dell’esistenza è di essere insacrificabile. L’esistenza non è da sacrificare, e non la si può sacrificare. La si può solamente distruggere, o condividere”.

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La passione per il sacrificio è solo umana. Gli uomini non si sono limitati a sacrificare sull’altare animali offerti ai loro dèi, ma hanno sacrificato su quell’altare anche la loro vita. È il caso dell’uomo ipermorale che sacrifica il suo desiderio, o del martire del terrorismo che si immola per una Causa. Un fantasma fondamentale ha attraversato l’Occidente: vivere nel sacrificio per ottenere un rimborso illimitato (da Dio, dalla propria famiglia, dall’Altro). In psicoanalisi questa è la Legge paradossale del Super-io: il sacrificio non è una semplice rinuncia al soddisfacimento ma una forma masochistica del soddisfacimento. È un fantasma che proviene da una interpretazione solo colpevolizzante del cristianesimo. La psicoanalisi, insieme alla parola più profonda di Gesù, si impegna invece a liberare la vita dal peso del sacrificio. Il che comporta un diverso pensiero della Legge: l’uomo non è schiavo della Legge perché la Legge – come sostiene la lezione cristiana – è fatta per l’uomo e non l’uomo per la Legge.

Contro il sacrificio. Al di là del fantasma sacrificale di Massimo Recalcati, Editore Cortina Raffaello, data di uscita 16/11/2017, pp. 140, 13,00 euro

I’ll live as I choose or I will not live at all

Patrizia Mattioli è Psicologa e Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale (in particolare costruttivista post razionalista). Fa parte della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva (Sitcc). Lavora come consulente scolastico nei Centri di Ascolto della Scuola Superiore. Attualmente coordina il Centro di Ascolto del Liceo Scientifico Statale Francesco d’Assisi di Roma. Si occupa del Progetto Accoglienza. Ha scritto “Uno psicologo nella scuola“.

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Coco-Il film, nella storia di Miguel una lezione per adolescenti e genitori di Patrizia Mattioli, Il Fatto Quotidiano.it,  13 gennaio 2018

L’ultimo film della Disney-Pixar, “Coco”, diretto da Lee Unkrich, racconta la storia di Miguel, un ragazzino di dodici anni con una passione incontenibile per la musica, che deve vivere segretamente perché (la musica) è assolutamente vietata dalla famiglia, da molto tempo.

Il film è un continuo alternarsi di allegria e tristezza, tra mondo dei vivi e mondo dei morti, di spinta verso l’esterno e l’esplorazione di se e del mondo di Miguel e di chiusura al mondo con il ritiro in se di un’anziana signora ripiegata in se stessa, nel suo cuore di bambina, nei ricordi di suo padre.

Il film affronta molte tematiche, io vorrei soffermarmi su una, sul bisogno di condividere le regole che si ritiene i figli debbano rispettare e sui rischi che i veti rigidi verso i tentativi di affrancazione del bambino prima, del fanciullo e dell’adolescente poi, possono comportare.

Miguel è tutto sommato un ragazzino equilibrato, che è riuscito fino a quel momento a combinare il suo talento per la musica, con i tabù familiari che a causa di traumi pregressi, vogliono la musica bandita da casa in tutte le sue forme. Il ragazzino costruisce di nascosto la sua identità musicale, coltivando la sua passione senza suscitare la sensibilità familiare, particolarmente quella della nonna, la matriarca della famiglia, il cui pensiero non viene messo in discussione da nessuno.

Andrebbe tutto liscio se non fosse che l’istintiva esigenza di esprimersi e farsi conoscere per quello che è, tipica del momento evolutivo, di affermare, consolidare e condividere la sua musica, spingono Miguel a fare cose maldestre, che lo tradiscono. La nonna scopre la sua passione, la sua chitarra e la sua idea di cantare alla festa dei morti e ribadisce con maggiore forza, distruggendo lo strumento, la regola familiare: niente musica.

Miguel coerentemente con l’istinto adolescenziale, si ribella al divieto e sceglie strade alternative e tortuose, meno dirette, arrivando a rubare ai morti (quindi a infrangere anche ciò che di più sacro ci può essere per la famiglia e la cultura a cui appartiene), per affermare quello che vuole.

Nel suo percorso sarà posto di fronte a molti ostacoli, a situazioni difficili, a volte pericolose, a idealizzazioni e delusioni, che dovrà affrontare per lo più da solo.

La storia rappresenta in forma fiabesca, quello che avviene a partire dalla preadolescenza, quanto l’istinto all’affermazione sia forte, a scapito anche della propria incolumità, e quanto possa essere difficile avventurarsi nel percorso verso l’autonomia, se viene affrontato con l’impressione di non poter contare sull’approvazione delle figure di riferimento, la famiglia, quando questa non riconosce e non accetta la diversità (rispetto alle proprie aspettative) del figlio. Questo come genitori e come adulti lo dobbiamo sempre tenere presente: per un ragazzo l’istinto di affermazione può essere più forte anche dell’istinto di conservazione.

Il film mette anche in evidenza come i divieti familiari siano spesso legati ad esperienze personali, non necessariamente utili o protettivi per un figlio – nel nostro caso il divieto era stato imposto all’epoca dalla nonna di Miguel, che aveva vissuto sulla sua pelle la sofferenza di sua madre Coco, per essere stata abbandonata da suo padre che aveva seguito la propria passione per la musica – esperienze personali che, attraverso un meccanismo di spostamento su un oggetto esterno (la musica), trasferiscono su un singolo elemento tutte le responsabilità di un trauma per potersene tenere a distanza. Per un figlio tutto questo risulta in genere incomprensibile.

Nel film, la ribellione di Miguel crea scompiglio, preoccupazione, rabbia, ma rimette a posto le cose, consentendo alla famiglia di fare pace con il proprio passato.

Nella realtà non sempre questo accade. Spesso il comportamento dei figli mette a dura prova i principi di vita dei genitori con preferenza verso quelli a cui i genitori sono più sensibili contribuendo ad aprire crisi familiari che possono protrarsi anche per anni. Il film suggerisce che all’istinto di soffocare una ribellione è più utile sostituire la riflessione su quanto, la ribellione, possa portare nuove risorse e stimolare soluzioni o cambiamenti utili nelle dinamiche familiari.

 

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Francesca Corrado, nata a Crotone, laureata in Economia Politica, ha conseguito il dottorato in Storia del pensiero Economico, ha insegnato al Dipartimento di Economia dell’Università di Modena. Organizza corsi di formazione, eventi culturali e convegni. Presidente di “Play Res“, una realtà che si occupa di ricerca e promozione del gioco in tutte le sue forme. Ha ideato la “Scuola d Fallimento“.

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Il segreto del successo? Imparare a perdere. L’errore non è un vicolo cieco ma un percorso alternativo per cogliere nuove opportunità. Ne è convinta Francesca Corrado, economista e ideatrice della “Scuola di fallimento”, dove si insegna a sfruttare i propri sbagli, sdrammatizzarli e considerarli occasioni di crescita. “Il successo? In realtà, è la somma di tutti i nostri fallimenti” di LAURA PASOTTI, la Repubblica.it, 10 gennaio 2018

Sbagliando s’impara. Quante volte ce l’hanno ripetuto da bambini? È così che abbiamo mosso i primi passi, dopo essere inciampati, che abbiamo imparato a parlare, nuotare o andare in bicicletta. Eppure da adulti tendiamo a considerare un errore come la fine del mondo e a vivere il fallimento come uno stigma sociale. Pretendiamo la perfezione e dimentichiamo di aver imparato, sbagliando. “Se viviamo il fallimento come un vicolo cieco, è naturale provare frustrazione, ansia, paura e immobilismo, se invece accettiamo l’errore come elemento naturale di una vita complessa e come un viaggio alla scoperta di sé, dei propri limiti e dei propri talenti allora daremo un giusto peso al fallimento e magari un giorno leggeremo sui dizionari una diversa definizione di fallimento, come percorso alternativo per cogliere una nuova opportunità”. A parlare è Francesca Corrado, economista, ricercatrice e fondatrice di “Play Res” con cui ha aperto la prima “Scuola di fallimento” in Italia. Di cosa si tratta? È un progetto formativo che insegna a sfruttare i propri sbagli, a sdrammatizzarli e considerarli non come vicoli ciechi, ma come occasioni di crescita. “Il successo è, in realtà, la somma di tutti i nostri fallimenti”, dice. Non a caso, il payoff scelto per la scuola è “osa perdere per vincere”.

La “Scuola di fallimento” nasce da una serie di riflessioni personali di Francesca Corrado conseguenti a quello che lei stessa ha definito un annus horribilis. “Nel 2015 ho liquidato la mia società e ho perso la cattedra all’università di Modena, per mancanza di fondi – racconta – . Così ho iniziato a pensare alle scelte che avevo compiuto, a chi ero e cosa volevo fare da grande, ho rimesso in discussione tutto”. Grande lettrice, Corrado si è appassionata alle neuroscienze, al tema dell’errore e al concetto di perfezione. “Ho capito che noi siamo le nostre scelte ma siamo anche responsabili di quelle scelte – continua – e così ho deciso di avviare una nuova impresa, per mettere a frutto le mie conoscenze ed essere di supporto ad altri per crescere dal punto di vista personale e professionale”. Nasce così la società “Play Res” e la “Scuola di fallimento”.

Gioco e teatro dell’improvvisazione. Sono gli strumenti utilizzati dalla “Scuola di fallimento” perché, “permettono di apprendere più velocemente rispetto alla lettura di un testo”. Il percorso prevede cinque moduli: percezione dell’errore proprio e altrui, analisi degli errori sistematici, consapevolezza, sdrammatizzazione e fiducia. La prima fase serve per far emergere la percezione soggettiva e oggettiva rispetto all’errore e al fallimento; la seconda per dare alle persone una sorta di antidoto agli errori sistematici che, se non impedisce loro di commetterli, almeno le porti a ragionare in modo diverso quando si vengono a trovare in quella stessa situazione; nella terza si propone un lavoro su se stessi per capire che sbagliare fa bene e costruire una forma mentis predisposta ad accettare l’errore; nella quarta si mettono in scena i propri errori attraverso il teatro dell’improvvisazione, “ci si prende in giro, per far capire che non sono la fine del mondo”; nell’ultima sono previsti una serie di esercizi, diversi a seconda del target, per raggiungere il successo. Gli insegnanti sono 10 con competenze diverse: si va dal formatore al neuroscienziato, dallo psicologo al game designer, dal maestro di teatro al ludologo fino all’economista.

Il primo corso è partito a giugno 2017 grazie al supporto della Fondazione Cassa di risparmio di Modena e della Fondazione San Filippo Neri. Da allora “Play Res” ha incontrato mille studenti in tutta Italia e ha organizzato un centinaio di corsi da uno o due giorni. I partecipanti sono stati genitori, imprenditori, insegnanti e Neet (i giovani che non lavorano e non studiano). “Con questi ultimi abbiamo lavorato per costruire una sorta di personal business, per capire chi erano e cosa volevano fare e cercare di aiutarli a orientarsi nel mercato del lavoro – afferma Corrado – . Ci siamo resi conto che questi ragazzi conoscono poco se stessi e i propri talenti mentre sono concentrati su quelli che sono i propri limiti: ecco perché cerchiamo di lavorare sui talenti e i desideri per costruire un percorso che possa agevolarli”. I feedback sono positivi, “alcuni hanno trovato la propria strada, altri ancora no ma siamo rimasti in contatto con loro”. Anche se la mission della scuola non è trovare un lavoro, per il futuro Corrado sta pensando a partnership con realtà che possano essere di supporto nello step successivo al percorso formativo.

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Badante di condominio e nonno in affido, welfare scandinavo in Veneto. La Regione sperimenta nuovi progetti di “inclusione sociale” di Martina Zambon, Corriere del Veneto.it, 9 gennaio 2018

Il sociale che verrà, in Veneto, avrà i colori del welfare nord europeo e scandinavo: meno strutture “chiuse”, tipo la classica casa di riposo, e sempre più soluzioni creative. La Regione sta puntando su una serie di sperimentazioni nel sociale in cui si gioca con regole diverse, secondo modelli inediti legati a società invecchiate in cui si fanno meno figli.

Il “nonno in affido”

Gli anziani, ad esempio, potrebbero avere una badante da condividere all’interno del condominio. E sempre per loro, e per i volontari che aderiranno, arriva la formula “un nonno in affido”. Progetti sperimentali sono stati pensati anche per i senza fissa dimora, con fondi destinati non solo a nutrire ed offrire un tetto nelle notti più fredde ma anche a proporre il reinserimento nella vita attiva. Partiamo dai 65 alloggi dedicati ai “longevi” nella zona di Altobello, a Mestre. Oltre alla casa Ater, ci sarà anche il bonus della “badante di condominio” o, in questo caso, “di quartiere”. Nel progetto finanziato con soldi europei, gestito dal Comune di Venezia insieme alla Regione, c’è, appunto, anche questo servizio: una figura di supporto che allevia sia le esigenze materiali degli anziani (piccole commissioni) ma anche la solitudine.

Gli assistenti familiari

Sul tavolo, dopo la recentissima legge regionale dell’ottobre scorso sulla qualificazione e il sostegno degli assistenti familiari, per ora ci sono solo 500 mila euro, tanto basta per avviare registro e sportello badanti oltre a dei percorsi di formazione. In altre città le badanti di condominio esistono già ma sono retribuite da tutti i condomini: in questo caso, invece, il ruolo diventa parte integrante di un progetto di inclusione.

Il Focus Group

Se n’è parlato molto durante il Focus Group a palazzo Ferro Fini con il presidente del consiglio regionale Roberto Ciambetti sul tema delle “Città e Regioni inclusive per la famiglia sostenibile“, organizzato dalla Presidenza del Consiglio regionale assieme alla Iffd (International Federation for Family Devolpment). In sostanza, dall’Onu in giù (era presente Daniela Bas, direttrice generale della Divisione per le Politiche sociali e lo Sviluppo delle Nazioni Unite), ormai i temi si intrecciano (mobilità, trasporti, politiche sociali, programmazione urbana) e la povertà è anche quella del tempo, della conciliazione fra famiglia e lavoro, e degli affetti. E allora si programmano politiche sociali diverse.

L’anno delle sperimentazioni

“Il 2018 sarà l’anno delle sperimentazioni – spiega l’assessore regionale Manuela Lanzarin – e poi, dal 2019, si parte con il piano regolatore del sociale in qui trasformare gli esempi virtuosi in buone pratiche diffuse”. E i soldi per farlo arriveranno soprattutto dall’Europa che premia progetti integrati. La parola d’ordine, insomma, è “inclusione sociale”. Anche per i clochard. Fra gli altri capitoli del libro dei sogni (però con coperture finanziarie già pronte) c’è il Progetto Dom Veneto: 3900 senza fissa dimora potranno contare su 3,3 milioni di euro con percorsi di reinserimento nella vita attiva. E i fondi per gli interventi strutturali arrivano a 7 milioni di euro. Tornano le “Riserve di alloggi nell’edilizia residenziale pubblica” in cui fino all’8% entreranno giovani under 35, per un altro 8% coppie sposate da non più di 3 anni e altrettanti per le famiglie costituite da un unico genitore, una categoria in forte crescita.

L’affido di anziani e adulti

L’altra grande novità riguarda l’affido di anziani e adulti. La legge esiste da tempo ma è rimasta, fin qui, sulla carta. Il progetto sperimentale durerà un anno e potrà contare su 600 mila euro per partire. Entro l’anno ci saranno i bandi aperti al terzo settore con contributi da 10 mila a 40 mila euro a progetto che andranno spesi in formazione degli “aspiranti nipoti” affidatari che, invece, non saranno retribuiti. In pratica saranno volontari dichiarati idonei ad adottare un nonno, per così dire. E il “nonno” in questione sarà un anziano autosufficiente a rischio o in condizione di disagio sociale.

Il caso Treviso

Si va dal “piccolo affido” (l’equivalente di un nipote che esegue alcune commissioni e passa a dare un saluto), “affido di supporto” (presenza più assidua) fino all’affido di convivenza, una vera e propria “adozione” dell’anziano che va a vivere con una famiglia o, viceversa, un giovane che si stabilisce dal nonno. Infine, a Treviso, partirà “Borgo Mazzini Smart Cohousing“. Vicino alla sede dell’Israa (la casa di riposo) nasceranno una quarantina di alloggi hi tech per anziani autosufficienti. “Saranno appartamenti con il più alto livello di domotica – spiega Lanzarin – ma anche già predisposti per continuare ad essere usati da anziani che ci entrano come autosufficienti e, poi, necessitano di agevolazioni ad esempio per ridotta mobilità. E non mancherà la presenza e il coordinamento con gli operatori dell’Ulss e i servizi sociali”. A Borgo Mazzini, però, si va oltre, pur essendo appartamenti singoli, ci saranno ambienti in comune, dalla lavanderia al salone. Per ricreare quegli spazi di comunità che si è sbriciolata dal dopo guerra in poi.

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Dopo “Una breve storia del futuro” e “Scegli la tua vita!“, bestseller internazionali, Jacques Attali rinnova del tutto il suo sguardo sui prossimi vent’anni, alla luce delle nuove conoscenze – accumulate nei domini della scienza, delle demografia, dell’ideologia, della geopolitica, dell’arte – sulle minacce e le possibilità del momento presente. Indagando in mille campi sui “segnali deboli” che preparano il futuro, Attali arriva a conclusioni radicalmente nuove e sorprendenti su quel che ci attende e soprattutto su quel che potremmo fare.

Perché, se è vero che molte nubi si addensano all’orizzonte, non mancano i mezzi per costruire un mondo più sereno, per evitare che la collera e la rabbia si trasformino in violenza planetaria, per sfuggire alle minacce climatiche, al terrorismo, alla degenerazione tecnologica. A condizione di comprendere che il modo migliore di riuscirci, di realizzare le nostre migliori potenzialità, è aiutare gli altri a divenire sé stessi, a scegliere la propria vita, a sostituire l’egoismo irrazionale e suicida con un altruismo lucido. Così potremo dire: “Finalmente dopodomani!

Finalmente dopodomani! di Jacques Attali, Editore Ponte alle Grazie, data uscita 22/06/2017, pp. 224, 14,50 euro

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