«La regola secondo me è: quando sei a un bivio e trovi una strada che va in su e una che va in giù, piglia quella che va in su. È più facile andare in discesa, ma alla fine ti trovi in un buco. A salire c’è più speranza.» Tiziano Terzani

Un bar come tanti che, però, risolve molte emergenze quotidiane come il ritiro della posta, di un pacco o di una raccomandata; un bar che ti fornisce il contatto per un idraulico/falegname/elettricista/baby sitter o dove puoi lasciare per qualche minuto in custodia il cane, perché hai avuto un inconveniente improvviso. Questi e altri servizi, tutti offerti gratuitamente.

Si tratta di “Portineria 14”, un bar molto originale di Milano, in via Troilo 14, zona Ticinese.

Un locale accogliente, amichevole, dove si intrecciano familiarità e ristorazione, dove ci si può sedere per mangiare, bere qualcosa, chiacchierare o sfogliare uno dei libri a disposizione sulla mensola che corre lungo la parete accanto al bancone. Ma, oltre alla funzione di bar, questo locale fa da vecchia portineria di quartiere e se hai bisogno di lasciare in custodia qualcosa che qualche amico passerà a prendere…”Portineria 14″ è il posto giusto.

Ritiriamo per voi le chiavi, la posta, le medicine, la spesa…”. Tutti i servizi, offerti gratuitamente basandosi sull’antica regola della reciproca fiducia, sono elencati, bene in vista, sulla porta d’ingresso.

L’interno del locale è raffinatissimo, a metà tra un vecchio bistrot parigino, un ufficio postale anni ’30 e il bar di un set cinematografico: poltroncine in velluto, sedie in legno da antica osteria o circolo dei combattenti reduci da chissà quale guerra, una cassettiera, una vecchia scrivania per le consegne che potrebbe avere una posizione privilegiata in un museo di pezzi d’antiquariato e, infine, una fila di caselle dove custodire, sottochiave, oggetti da ritirare.

“Portineria 14”, con il suo fascino naïf e sincero, ripropone e valorizza l’idea sempreverde del “quartiere”, una piccola porzione di città che si fa “paese”, che è possibile ritrovare anche in una metropoli come Milano. Nel quartiere si instaurano rapporti di fiducia, i volti della gente che incontri sono quasi tutti familiari, se hai bisogno di un imbianchino o di una sarta, sai a chi chiedere e, poi, quando ci si incontra al bar, è sempre piacevole scambiare due chiacchiere bevendo un caffè insieme. Questo è quello che “Portineria 14” vuole essere: un punto di riferimento e di ritrovo per il quartiere o per chiunque volesse.

Partendo dal modello delle social street, le tre titolari (Federica Torri Leone, Emanuela Frau, Francesca Laudisi) hanno preso lo spunto da un locale di Parigi, il «Lulù dans ma rue»: un chiosco simile a un’edicola, a pochi metri da Place Des Vosges.

Da poche settimane un esempio simile è stato ripreso pure a Bologna.

Fonte Fonte

Entrare in un apiario è un’avventura impareggiabile, una sfida per la conoscenza, un’esperienza in cui tutti i sensi sono ridestati e coinvolti. L’udito è investito dal fremito di decine di migliaia di api operaie che si spostano puntuali fuori e dentro le arnie, il tatto è solleticato dagli uncini delle loro piccole zampe, l’olfatto dal profumo dolce della cera e del miele. Tra le algide geometrie dei favi, un turbinio frenetico cattura la vista: alcune api hanno il capo infilato nelle celle per nutrire le larve, altre muovono le ali come ventagli per far evaporare l’acqua contenuta nel miele, altre ancora danzano per indicare alle compagne dove trovare lavanda, tulipani e salvia nell’ambiente circostante.

Mark L. Winston ci guida all’interno dell’affascinante mondo delle api, un mondo unico in natura per efficienza e complessità, da sempre legato a doppio filo al nostro. Troveremo questi piccoli insetti al centro di miti e teorie politiche, terapie e pratiche spirituali, opere d’arte e ricerche sperimentali. Li seguiremo nella produzione del miele, alimento insostituibile e dalle virtù benefiche che nelle sue sfumature aromatiche conserva la memoria di un territorio, testimoniando la perfetta simbiosi tra alveare e paesaggio così indispensabile agli ecosistemi.

“Il tempo delle api” è l’opera di divulgazione di uno scienziato rigoroso, capace di comunicare la propria meraviglia per la varietà dei fenomeni naturali, di trarre preziosi insegnamenti dalla raffinata struttura sociale degli alveari, in cui il singolo individuo è sempre al servizio del benessere collettivo e il dialogo è lo strumento principe per la risoluzione dei problemi. Con uno sguardo che spazia incessante dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo, dalla corolla di un fiore alle sfide ecologiche globali, Winston mostra come l’equilibrio dell’agricoltura e dell’ambiente dipendano ancora dal benessere di un insetto fragile e incredibilmente complesso, minacciato dall’essere umano dopo aver vissuto in perfetta simbiosi con lui per millenni.

Il tempo delle api di Mark L. Winston, Editore Il Saggiatore, data uscita 13/07/2017, pp 338, 23 euro

Mark L. Winston (1950) è docente di Biologia e direttore del Centre for Dialogue alla Simon Fraser University (Canada).

Come Trump, con la complicità di Zuckerberg, ha convinto gli americani a votarlo di Loretta Napoleoni, Il Fatto Quotidiano.it, 16 luglio 2017

Dall’inizio del 2017 Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook, sta attraversando l’America per conoscere i suoi concittadini, secondo quanto si legge sui suoi post. Da almeno una decina d’anni ogni anno Zuckerberg affronta una “sfida personale”, un’impresa difficile alla quale dedica o soldi o energie oppure entrambi per 12 mesi. Nel 2009, ad esempio, ha scelto di indossare la cravatta ogni giorno, qualche anno dopo ha giurato che avrebbe mangiato soltanto carne macellata con le sue mani, e sul suo profilo Facebook scriveva post di questo genere: “Ho appena ucciso un maiale e una capra con le mie mani”.

Zuckerberg è un eccentrico ma è anche il quinto uomo più ricco al mondo grazie a Facebook, il padre di tutti i social, due miliardi di utenti attivi ed un valore di mercato di 446 miliardi di dollari. Una miniera di informazioni sull’umanità che non ha rivali al mondo. Infatti Facebook raccoglie ogni giorno 600 trilioni di byte di notizie che archivia in una sorta di “magazzino dati” da dove queste vengono regolarmente rivendute, ad esempio alle imprese pubblicitarie.

Facebook ha anche una serie di strumenti ad hoc per massimizzare l’uso di tali risorse, strumenti più economici di quelli offerti dalle grosse think thank. Ne sa qualcosa Donald Trump, la macchina elettorale del presidente degli Stati Uniti ne ha fatto ampio uso per ‘persuadere’, è questa la parola chiave della campagna elettorale, gli americani a votare per lui.

Quali sono questi strumenti e come funzionano? La risposta conferma i timori peggiori riguardo al pessimo funzionamento della democrazia nell’era digitale e dei social dal momento che gli americani non hanno votato un’idea politica, sono stati usati per produrre i giusti slogan elettorali. In altre parole è possibile influenzare l’elettorato e farlo votare per un candidato invece che per un altro sfruttando il profilo psicologico delle masse, o meglio della maggioranza dei votanti. La politica non c’entra nulla!

Cambridge Analytica, una delle imprese usate da Trump per raccogliere dati sull’elettorato, ha utilizzato un sito di Amazon chiamato Mechanical Turk per pagare centomila americani un paio di dollari ciascuno per compilare un sondaggio online. Per ricevere i soldi i partecipanti hanno dovuto scaricare un app che dava accesso a Cambridge Analytica ai profili dei loro amici di Facebook che includevano i loro “likes” e le loro liste di contatto. Naturalmente ai partecipanti non è stata comunicata questa verità. Altre 185.000 persone sono state reclutate per accedere ad altri 30 milioni di profili di Facebook. Ancora una volta, nessuno di questi 30 milioni di individui sapeva che i loro dati erano stati raccolti e analizzati per una campagna politica americana.

A questo punto bisognava utilizzare i dati grezzi. I gestori della campagna di Trump hanno investito 2 milioni di dollari in annunci promozionali su Facebook, ed hanno poi caricato tutti i profili dei sostenitori di Trump in questa piattaforma pubblicitaria. Utilizzando uno strumento di Facebook chiamato Customer Audiences e Customer Lists hanno accoppiato i sostenitori reali con soggetti identici virtuali, nel gergo doppelgangers. Infine grazie ad un altro strumento di Facebook, li hanno categorizzati per razza, etnia, sesso, posizione sociale ecc.

Il gruppo di individui così costruito è stato usato per trovare persone con interessi e qualità simili utilizzando un altro strumento di Facebook il Lookalike. A tutti questi individui sono stati mandati messaggi elettorali per verificarne l’efficacia attraverso Brand Lift di Facebook. Man mano che la campagna procedeva la spesa digitale pubblicitaria saliva fino a 70 milioni di dollari al mese, la maggior parte della quale era su Facebook (Facebook e altri siti online hanno anche portato a Trump almeno 250 milioni di dollari in donazioni). Durante tutta la campagna Facebook è stato usato per testare decine di migliaia e talvolta centinaia di migliaia di annunci elettorali. Il tutto per un costo di gran lunga inferiore a quello di imprese specializzate in questo settore.

La stessa metodologia è stata applicata ad altri social, anche se su scala ridotta. Questa tattica ha prodotto messaggi elettorali di successo, quelli giusti per essere eletti, messaggi basati su quello che la maggioranza della gente o il segmento di votanti che fa la differenza tra la sconfitta e la vittoria, i cosiddetti swing voter, volevano sentirsi dire. Dietro questa vittoria, naturalmente, non c’è nessun messaggio politico e ce ne siamo accorti da un pezzo. Ma non solo il candidato eletto non ha presentato alcuna visione politica del futuro ma ha semplicemente proiettato le immagini nascoste nella psiche della maggioranza, a sei mesi dall’insediamento alla Casa Bianca continua a farlo.

Spaventoso più che preoccupante. Oggi George Orwell non parlerebbe più del Grande fratello ma di come sia facile raccogliere in rete l’ignoranza della moltitudine e proporla come piattaforma politica per ammazzare la politica.

Tornando a Zuckerberg è chiaro che il proprietario di Facebook gira il suo paese non per conoscerlo ma per altri motivi, grazie al vastissimo patrimonio digitale che possiede non solo ha sempre il polso dell’America ma anche del resto del mondo. Sembrerebbe più logico che il viaggio attraverso gli Stati Uniti per cenare a casa di famiglie comuni, partecipare alle feste di paese e pescare con i pescatori dell’Alaska sia un’azione pubblicitaria per farsi amare dagli utenti. E già, perché quando questi si renderanno conto che Facebook è una finestra sulla loro vita sempre aperta da dove i potenti della terra li condizionano, allora sì che ne vedremo delle belle!

Fonte

“Il tuo amore sono raggi di sole che passano attraverso le mura e le sbarre del carcere, accarezzano la mia pelle, scaldano ogni mia cellula, mi aiutano a mantenere la calma, la pace, così che ogni minuto in prigione possa essere pieno di significato. Il mio amore per te ha sensi di colpa e rimpianti, a volte fa vacillare i miei passi. Ma è solido, forte, può superare ogni ostacolo. Anche se sarò ridotto a sola polvere, ti abbraccerò con le mie ceneri.”

(parole dedicate alla moglie Liu Xia e pronunciate da Liu Xiaobo in tribunale, dopo essere stato condannato a 11 anni di prigione in Cina. Il discorso da cui questa citazione è tratta è intitolato: “Non ho nemici”)

Fonte

Nel 2009 la Corte popolare di Pechino ha processato e condannato alcuni intellettuali e giornalisti per aver partecipato alla stesura e alla diffusione di Carta 08, un manifesto civile volto a promuovere importanti riforme politiche e a sostenere la causa della difesa dei diritti umani. Un anno dopo l’ispiratore e primo firmatario del documento, Liu Xiaobo, è stato insignito del premio Nobel per la pace, ma non ha potuto ritirarlo perché rinchiuso in prigione, dove rimarrà fino alla morte. Sfidando ancora una volta la censura di Pechino, in questa raccolta di saggi e poesie Liu Xiaobo ci offre un vasto e sconvolgente spaccato della Cina di oggi. I cittadini del paese che ambisce al ruolo di prima potenza economica mondiale vengono descritti, infatti, come cinici, ossessionati dal successo economico e personale, o come fanatici nazionalisti. Eppure, nonostante l’attuale vittoria delle forze illiberali, agli occhi di Liu Xiaobo sono evidenti le crepe che faranno implodere il sistema autoritario cinese. Ovunque nel paese stanno crescendo la disillusione giovanile, lo scollamento tra realtà concreta e ideologia politica, la rabbia contro la prepotenza dei burocrati. Malgrado la ridotta libertà d’espressione e l’oppressione del governo sulla società civile, è nel progressivo diffondersi di questi movimenti dal basso che Liu Xiaobo ha riposto le sue speranze, o meglio le sue certezze, di un futuro democratico anche per la Cina. Prefazione di Federico Rampini.

Monologhi del giorno del giudizio di Liu Xiaobo, Editore Mondadori, data di uscita 13/09/2011, pp. 360

Basta vivere di speranze smetto con la ricerca per vendere ricambi d’auto. Lo sfogo di uno storico da sempre precario che molla l’ateneo. “La mia generazione prigioniera di un sistema, ma il tempo è scaduto” di Massimo Piermattei, La Repubblica.it, 12 luglio 2017

Ciao, sono Massimo. Ero uno storico dell’Integrazione europea, ho 39 anni e ho deciso di smettere con l’Università. Se partecipassi a un gruppo di auto-aiuto, inizierei così. Ma è solo la mia storia. La racconto, sì, anche a scopo terapeutico. Per me stesso, o forse non solo. Ho iniziato a studiare Storia dell’integrazione europea all’università, e fu un colpo di fulmine. Dopo il dottorato ho iniziato a farmi le ossa: un periodo all’estero, un assegno di ricerca, i contratti. Da allora ho scritto due monografie e più di 25 saggi e articoli in italiano e inglese; ho partecipato a seminari e convegni portando in giro per il mondo il nome dell’università per cui lavoravo. Ma non è di questo che voglio parlare. In questi giorni ho trovato la forza di portare a termine un percorso travagliato in cui mi dibattevo da anni. Ho sempre rinviato, nella speranza che qualcosa cambiasse. Ma la svolta non c’è stata, e la scelta si è fatta improrogabile: restare o andar via?

Noi siamo diversi Chi prova a entrare nell’Accademia conosce già le sue regole, scritte e (soprattutto) non scritte. Perciò nessuno può dire: “Io non sapevo”. Si accetta liberamente, sperando che i finali amari riguardino gli altri: perché noi siamo diversi, o perché il merito, alla lunga, viene fuori. È vero, il sistema sa sedurti con mille promesse: contratti, pubblicazioni, convegni. Gli anni passano, e quando la speranza inizia a vacillare, ti ripeti: basta ingoiare ancora un po’. E giù appelli, seminari, lezioni gratuite: così l’ordinario di turno appalta gran parte delle ore che gli spettano e per le quali, tra l’altro, è pagato. Lui, non tu.

La costante riduzione di fondi per l’Università, unita alla crescente chiusura del reclutamento, ha fatto sì che i professori ordinari abbiano visto crescere in modo esponenziale il loro potere. Sono come un imperatore che decide, con un gesto del pollice: tu sì, tu no. Certo, ci sono le “lotterie” dei bandi nazionali ed europei, ma siamo appunto nel mondo del gratta e vinci. Le tante riforme varate per premiare il merito hanno finito per danneggiare solo i più deboli. E anche quello sul merito è un ritornello stucchevole: la scarsità di soldi e di posti scatena la guerra tra chi è dentro e chi è fuori e, ancor peggio, tra poveri.

Maestri e orfani Di fatto, per entrare hai bisogno di un “maestro” che ti aiuti a costruire un curriculum spendibile e di un “tutore” che ti faccia passare i concorsi, o comunque ti garantisca posizioni e risorse: due figure che spesso coincidono. Le eccezioni ci sono, ma confermano la regola, e permettono al sistema di giustificarsi: “Vedete? È tutto trasparente”. Se non li hai, un maestro e un tutore, sei orfano, e per gli orfani non c’è futuro. Magari qualcuno ti aiuterà per un po’, ma finisce lì. E io, da un po’ di tempo a questa parte, ero orfano. Circondato da sorrisi al motto “non aderire e non sabotare”, che è poi, alla prova dei fatti, un sabotaggio. Ma pilatesco, perché manca il coraggio di dirti: “Per te non c’è posto, fai altro”.

Cosa può fare un orfano testardo che voglia comunque provare a costruirsi una carriera? Si dibatte tra i contratti d’insegnamento e le collaborazioni. I primi, in cambio dell’opportunità di tenere un piede dentro e farti chiamare “professore”, garantiscono pochi soldi in cambio di un’enorme mole di lavoro (l’ultimo che ho avuto era di 1.500 euro lordi per 60 ore di lezione e una decina di appelli d’esame). Le seconde, oltre a essere tassate in modo clamoroso, portano via tempo ed energie. A perderci, naturalmente, è la ricerca. Il bisogno di soldi spiega tra l’altro la figura del “marchettaro”, il fenomeno per cui uno studioso precario scopre un improvviso interesse per un argomento di cui non gli importa nulla, ma se lo studia gli danno 500 o mille euro. Spesso mesi o anni dopo la consegna del lavoro. Il tutto in un contesto umiliante, in cui si aspetta mesi un appuntamento cruciale. E chi sta dall’altra parte finge di non sapere che un intoppo burocratico può avere per te conseguenze devastanti: “Ti avevo detto che l’assegno non sarà rinnovato?”.

La retorica della fuga Conosco il ritornello: si può sempre partire, no? Comprendo bene le ragioni di chi lascia l’Italia per l’estero, ma su questo punto ha preso piede una retorica imbarazzante. È passata l’idea per cui se lavori fuori sei bravo; se hai scelto l’Italia sei, come minimo, complice del sistema. Non c’è spazio per l’ipotesi che tu sia rimasto perché non potevi espatriare o per provare a cambiare le cose. Invece sarebbe bello raccontare anche le storie di chi dedica tempo ed energie alle università italiane. Che, se continuano a popolare il mondo di eccellenze, forse così male non sono. Certo, direte: chi non riesce a entrare può sempre giocarsi le sue competenze fuori.

Peccato che i formulari degli uffici pubblici propongano sempre le stesse laconiche opzioni: diploma, laurea, altro. Ecco cos’è il dottorato di ricerca per il mondo del lavoro e per le istituzioni italiane: altro. Un pezzo di carta. Un errore di gioventù. E cosa succede al “giovane” studioso che a quasi 40 anni non ha ancora una prospettiva? Semplice: si trova a un bivio. Se insiste con la carriera, sa che una famiglia la costruirà, forse, molto più in là. Se privilegia la famiglia, le opportunità di lavoro si riducono drasticamente. I figli, poi, una catastrofe.

Quanti sacrifici hanno fatto mia moglie e i miei due bimbi perché io potessi ancora tentare. Chi si occupa di discipline umanistiche è un orfano tra gli orfani. Nel discorso pubblico, ormai da anni, vale solo la “tecnica”, la ricerca “vera”. E la Storia? Roba per perditempo. Lo studio del passato è scomodo perché mette a nudo il presente, e poi non è pop, non è fatto di anglicismi, slogan, formule. Lungi da me il denigrare la scienza: viva le macchine! Viva i laboratori! (Da qualche settimana, per vivere, vendo ricambi d’auto). Ma il nostro rifiuto della Storia è vergognoso.

E ciò che soprattutto rimane inaccettabile è lo spreco di risorse di un’intera generazione. Quante persone ho incontrato in dieci anni; quanti talenti. Quanta rabbia nel vederli appassire.Oggi sono uno di loro. Me ne vado per dignità. Non rinnego quel che ho fatto, perché mi ha fatto crescere come persona e come uomo. Non è una resa, ma un issare le vele per tornare in mare aperto. “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”. Smetto quando voglio.

Fonte

 

L’innovativa tecnologia di coltivazione COCOON consente agli alberi e alle piante di crescere in condizioni aride, rivitalizzando gli ecosistemi e le comunità.

Questa metodologia prodotta da Land Life Company è:

  • Economica – 10 volte più economica rispetto all’impianto tradizionale dell’albero
  • 100% biodegradabile – COCOON si scioglie in substrato biologico per l’impianto
  • Minima manutenzione – dopo l’impianto, non richiede irrigazione o manutenzione

Il COCOON è stato progettato per sostenere la piantina nel suo momento più critico, cioè il primo anno di vita. Fornisce acqua e rifugio mentre la piantina viene stimolata a produrre una struttura della radice sana e profonda, garantendo la fornitura di acqua sotto la superficie nel suo primo anno. In questo modo, il COCOON produce alberi indipendenti e forti che non dipendono dall’irrigazione esterna e possono sopravvivere a condizioni molto difficili.

Sono stati piantati alberi con il COCOON in più di 20 paesi con tassi di sopravvivenza del 80-95%.

Il serbatoio dell’acqua

Il serbatoio d’acqua è costituito da pasta di carta, residui di colture o erbe e altri composti organici migliorati dalla FDA per garantire la tenuta dell’acqua durante il primo anno. È riempito solo una volta durante l’impianto. Poiché il serbatoio si degrada e si svuota nel corso del tempo, i restanti pozzi superficiali serviranno come micro-bacino idrografico per raccogliere lo scarico delle superfici durante gli eventi piovigeni. Inoltre, il serbatoio degradato diventa substrato organico che migliora il suolo.

Funghi micorrizici

I funghi micorrizici vengono aggiunti al suolo che circonda le radici dell’impianto. Aumentano la superficie assorbente delle radici da 100 a 1.000 volte. Questo migliora l’accesso all’umidità del suolo e alle sostanze nutritive del terreno. I funghi micorrizici inoltre rilasciano enzimi nel terreno che sciolgono le sostanze nutritive difficili da catturare, come l’azoto organico, il fosforo e il ferro comunemente fissato al complesso del suolo. Questi funghi sono presenti nel 90% dei boschi e boschi naturali e formano un rapporto critico e simbiotico con le radici.

Rifugio dell’albero

Un riparo cilindrico è posto intorno all’albero per proteggere l’impianto contro il sole, i venti seccanti e i piccoli animali che si alimentano della pianta giovane.

Processo d’impianto

Il nostro processo di impianto è parte integrante del successo di COCOON. Questo comporta diversi passaggi:

  • Ispezione e selezione del sito di impianto. Il suolo e il terreno vengono analizzati per valutare la fertilità del suolo e per determinare se sono necessari emendamenti del suolo, ad esempio per stabilire un livello minimo di materia organica o per neutralizzare le concentrazioni in eccesso di elementi.
  • Selezione di specie appropriate. Per selezionare l’albero o l’impianto è giusto consultare esperti locali. Le specie naturali adattate alle condizioni locali sono generalmente preferite.
  • Sourcing di piantine di alta qualità. Lavoriamo con i vivaisti locali per fornire piantine di qualità, dimensione e solidità giusta per adattarsi al progetto.
  • Piantare logistica e infrastrutture. La pianificazione del progetto prevede la progettazione della mappa di impianto, la definizione dell’approvvigionamento idrico e della distribuzione ai COCOON, individuando ulteriori infrastrutture e macchinari e / o manodopera per la piantagione.
  • Esecuzione. Durante l’impianto dei COCOON, forniamo il controllo e il supporto a terra.
  • Monitoraggio (facoltativo). Possiamo supportare il monitoraggio del progetto utilizzando la tecnologia del sensore wireless e il follow-up del suolo.

Fonte

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: