«La regola secondo me è: quando sei a un bivio e trovi una strada che va in su e una che va in giù, piglia quella che va in su. È più facile andare in discesa, ma alla fine ti trovi in un buco. A salire c’è più speranza.» Tiziano Terzani

Kate Raworth è Senior Visiting Research Associate presso l’Environmental Change Institute dell’Università di Oxford, dove insegna al Master in Environmental Change and Management. È anche Senior Associate del Cambridge Institute for Sustainability Leadership e membro del Club di Roma. Ha scritto per The Guardian, Financial Times, Wall Street Journal, New Statesman, e i suoi paper sono stati pubblicati su Nature Climate Change, Sustainability, Gender and Development, e sul Journal of Ethics and International Affairs. Dopo aver collaborato con lo United Nations Development Programme, ha lavorato per dieci anni come Senior Researcher presso Oxfam. Negli ultimi anni le proposte dell’Economia della Ciambella hanno influenzato studiosi dello sviluppo sostenibile, dirigenti di azienda e attivisti politici, e sono state presentate a varie platee, dai membri di Occupy all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

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Ripensare l’economia, stop al mantra della crescita. Ecco perché una ciambella ci salverà. “L’economia della ciambella” di Kate Raworth smonta le teorie economiche pensate e scritte nel Dopoguerra, ancora imperanti. E propone una rivoluzione epocale in sette pilastri, dalla ridistribuzione al coltivare la ricchezza sociale di ANDREA GRECO, LaRepubblica.it, 16 agosto 2017

Ripensare un’economia che funzioni per il 21° secolo, ripulita dai mantra liberisti che la dominano da decenni e in grado di affrontare le sfide che demografia, sviluppo e uso delle risorse pongono. Un programma vasto e scoraggiante, si sa. Ma “L’economia della ciambella” di Kate Raworth è libro prezioso perché coglie la sfida: e con linguaggio semplice e illustrato (niente formule matematiche però) aiuta “anche i neofiti” a smontare i dogmi del mercato e della crescita a ogni costo, offrendo lo stato dell’arte del pensiero economico non ortodosso chiamato a reindirizzare la distribuzione della ricchezza e lo sfruttamento delle risorse. Il titolo viene dall’immagine plastica trovata dall’economista britannica – docente a Oxford, già ricercatrice per Oxfam e Onu – per disegnare l’area in cui l’attività umana deve e può svilupparsi: sopra un livello minimo (definito da 12 priorità tra cui cibo, salute, istruzione, igiene, energia, equità) che rendono la vita umana tollerabile e sostenibile, ma sotto ai confini planetari (rappresentati da cambiamento climatico, inquinamento chimico, uso di acqua e territorio, perdita di biodiversità e altri) che la nostra generazione sta sfidando, con rischio di superare qualche punto di non ritorno. La fascia circolare “sicura per l’ambiente e socialmente giusta per l’umanità” ha, appunto, forma di ciambella.

Il saggio di Haworth oscilla tra pessimismo della ragione e ottimismo della volontà. Nel primo caso, demistifica gran parte delle teorie economiche anglosassoni pensate e scritte nel Dopoguerra: un’altra era geologica, benché siano ancora insegnate nei principali atenei, e ossequiate dalla politica e dall’informazione economica. Eppure, dieci anni di turbolenze e recessioni negli Usa e in Europa, e l’attuale scorcio di ripresa – ma senza che si riprendano il lavoro e i prezzi – hanno messo a nudo le carenze e i pericoli del “mercato”, e che la mano pubblica, se ben mossa, è la sola a potervi fare fronte. Un memo prezioso per l’opinione pubblica e i professori.

Più originale la parte costruttiva del libro, o come dice il sottotitolo le “Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo“. Eccole:

  1. cambiare l’obiettivo dalla crescita del Pil al rispetto dei diritti degli uomini e del pianeta;
  2. inserire l’economia nel contesto più ampio della vita naturale, fuori della quale – scriveva già John Ruskin nel 1860 – “non c’è altra ricchezza possibile”;
  3. coltivare la natura umana e le sue ricchezze sociali, che la fanno molto più ampia del modello razionale di homo economicus che ha dominato il Novecento;
  4. comprendere la complessità dei sistemi, ben più interconnessi e articolati di quando, decenni orsono, furono tracciate in equilibrio meccanico le curve del mercato e della domanda;
  5. “progettare per redistribuire”, superando la teoria (Kuznets) per cui la disuguaglianza sarebbe stata curata dalla crescita;
  6. “creare per rigenerare”, poiché nemmeno il degrado ecologico si è rivelato curabile con la crescita;
  7. essere agnostici sulla crescita: che non può essere infinita, mentre infinita dovrebbe essere la prosperità umana, Pil o non Pil.

Questi modi di pensare, non sempre declinati da Raworth nello specifico, sono la sfida concettuale e politica delle classi dirigenti d’oggi. Forse l’autrice pecca di ottimismo, sperando di cambiare i paradigmi che reggono il mondo e i rapporti di forza tra Stati del G8 con la sola appassionata persuasione. Ma se Raworth e gli accoliti dell’alternativa non basteranno, la Storia insegna che guerre, rivoluzioni e catastrofi esistono anche per questo: dare coraggio a chi governa, e far tabula rasa delle ricchezze esistenti per ricominciare.

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